Pubblichiamo una scelta di fonti e documenti attraverso cui ricostruire la storia dell’età delle crociate, tema che si può approfondire cliccando direttamente qui
BERNARDO DI CHIARAVALLE E LA GUERRA SANTA
Testo scritto dal monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle per sostenere la legittimità della guerra contro gli “infedeli”.
È impavido e del tutto sicuro quel cavaliere che come riveste il corpo della corazza di ferro, così l’animo della corazza della fede. Rivestito così dell’una e dell’altra corazza, egli non teme né il demonio né l’uomo. E neppure teme la morte colui che la desidera. Sia che viva sia che muoia, di che cosa può avere timore colui al quale il vivere è Cristo e il morire un guadagno? Vive fiducioso e volentieri per Cristo; ma ancor più desidera annientarsi ed essere con Cristo: questa è infatti la cosa migliore.
Marciate, dunque, sicuri, o soldati, e con animo intrepido sconfiggete i nemici della croce di Cristo […]. Come ritorneranno carichi di gloria i vincitori del combattimento! Come saranno beati coloro che cadono come martiri nella battaglia! […] Il pericolo o la vittoria del cristiano si valutano dalla disposizione del cuore e non dalla fortuna del combattimento. Se il motivo per cui si combatte è buono, il risultato della battaglia non potrà essere cattivo, così come non sarà giudicato buono l’esito di un combattimento intrapreso quando non sarà preceduto da una buona causa e da una intenzione giusta.
[…] Quando uccide un malfattore, [il soldato di Cristo] non deve essere reputato un omicida, ma, come dire, un malicida e cioè vindice di Cristo nei confronti di coloro che compiono il male e difensore dei cristiani. E quando viene ucciso si deve affermare che egli non è morto, ma che ha conseguito il suo scopo. La morte, dunque, che commina, è un guadagno per il Cristo; quella che subisce, è un guadagno per lui. In occasione della morte di un pagano, il cristiano si gloria in quanto Cristo viene glorificato; in occasione della morte di un cristiano si rende manifesta la liberalità del Sovrano, poiché chiama il soldato per offrirgli la ricompensa. […] Se non fosse permesso al cristiano l’uso della spada, perché mai l’araldo del Salvatore avrebbe ingiunto ai soldati di accontentarsi del loro soldo, anziché proibire loro ogni servizio militare? Ma se al contrario – ed è questa l’interpretazione autentica – tale esercizio è lecito soltanto a coloro che portano le armi secondo un piano stabilito da Dio e che non si sono mai dedicati a uno scopo migliore, a chi dunque mai tutto cioè sarà consentito se non a coloro il cui braccio difende, per il bene di tutti, la nostra città forte di Sion, sì che, scacciati da essa i trasgressori della legge divina, possa senza pericoli entrarvi il popolo dei giusti, custode della verità?
Vengano, quindi, senza indugio disperse le nazioni che vogliono la guerra e siano scacciati coloro che ci minacciano e siano sbaragliati dalla città del Signore tutti gli operatori di iniquità che tentano di rapinare le inestimabili ricchezze del popolo cristiano riposte in Gerusalemme, di profanare le cose sante e di possedere per diritto di eredità il santuario del Signore.
L’ASSEDIO DI ACRI: TECNICHE DI ASSEDIO
Estratto dal volume “Perfezione nella storia” dello storico arabo Ibn Al-Athir, vissuto fra XII e XIII secolo
Durante l’investimento di Acri, i Franchi avevano costruito tre altissime torri lignee d’assedio, alta ognuna sessanta cubiti: ogni torre era a cinque piani, ognuno pieno di combattenti. Il legname per la loro costruzione era stato raccolto da oltremare, giacché per queste gran torri non si conviene che una rara qualità di legname. Essi le avevano ricoperte di pelli, aceto, terra e ingredienti anticombustibili, avevano aperto le vie per fare avanzar tali ordigni e li avevano addotti da tre parti verso la città di Acri, avanzando con essi all’assalto a partir del venti di rabì primo. Essi dominavano le mura, e gli uomini ivi montati combattevano i difensori delle mura, che dettero addietro, mentre i Franchi cominciavano a colmare il fossato. La terra fu così sul punto di essere espugnata a viva forza. Allora quei di Acri mandarono a Saladino un uomo che giunto da lui a nuoto lo informò della distretta in cui si trovavano, e della cattura e morte che si aspettavano imminente. Il Sultano montò a cavallo con le sue truppe e avanzò verso i Franchi, impegnandoli d’ogni parte in duro e continuo combattimento, cercando così distrarli dal sopraffare la terra. I Franchi si divisero in due parti, una che combatteva Saladino e un’altra quelli di Acri, su cui però si alleggerì la pressione nemica: la lotta durò otto giorni consecutivi, l’ultimo dei quali fu il ventotto del mese, con stanchezza da ambo le parti per l’ininterrotto combattere giorno e notte. I Musulmani erano ormai certi che i Franchi si sarebbero impadroniti della terra, al vedere i difensori incapaci di respingere le torri: essi avevan bene usato ogni stratagemma senza alcun profitto, e seguitato a scagliar fuoco greco sulle torri, che però non faceva effetto; eran quindi sicuri di perire, quando Iddio mandò il suo aiuto e permise che le torri venissero abbruciate.
Ciò avvenne a questo modo: c’era un uomo di Damasco, appassionato raccoglitore degli strumenti degli artificieri e degli ingredienti che rinforzano l’opera del fuoco. I suoi conoscenti lo rimproveravano e riprendevano per questa sua passione, e lui rispondeva che era un mestiere che egli non esercitava affatto di persona, ma che gli interessava conoscere da dilettante. Costui per una combinazione voluta da Dio si trovava in Acri, e quando vide le torri rizzate contro la città cominciò ad apprestare gli ingredienti da lui conosciuti che rinforzavano il fuoco, non impedibile più da terra, aceto o altro coibente. Preparati che li ebbe, si presentò all’emiro Qaraqùsh, comandante e governatore di Acri, e gli disse che ordinasse all’artigliere di gettare con la catapulta prospiciente a una di quelle torri ciò che egli gli avrebbe dato, sì da incendiarla. Qaraqùsh aveva addosso una rabbia e una paura per caduta della terra che quasi lo ammazzava; e a sentir le parole di quell’uomo si arrabbiò ancora di più, e infuriò, dicendogli: «Quelli dell’arte hanno fatto di tutto a bersagliarle di fuoco greco e altro, senza riuscire!». Ma qualcuno dei presenti disse: «Chi sa che Dio non ci dia scampo proprio per mano di quest’uomo! Non c’è nulla di male ad aderire a ciò che egli propone». Così Qaraqùsh acconsentì, e ordinò all’artigliere di eseguire i suoi ordini. Questi fece lanciare un certo numero di recipienti di nafta e altri ingredienti senza appiccarvi il fuoco, e i Franchi al vedere che i recipienti scagliati non bruciavano nulla gridavano e ballavano e giocavano sul tetto della torre; quando il lanciatore si fu reso conto che le sostanze da lui lanciate avevano bene attaccato sulla torre, lanciò un recipiente pieno in cui aveva invece appiccato il fuoco, e subito la torre andò in fiamme; ne lanciò un secondo e un terzo, e il fuoco divampò per tutta la torre, prevenendo quei che erano nei suoi cinque piani dal fuggire e porsi in salvo. Così essa bruciò con tutti quelli che c’eran dentro, e una quantità di corazze e armi in essa contenuta. I Franchi, al vedere che i primi recipienti non avevan fatto effetto, eran stati indotti a rimaner tranquilli e non cercar di salvarsi, finché Dio non anticipò loro il fuoco in questo mondo, prima di quello d’inferno. Bruciata che fu la prima torre, quegli passò alla seconda, i cui uomini eran fuggiti per la paura, e la incendiò del pari, e così la terza, che fu una memorabile giornata mai vista prima.
L’APPELLO DI URBANO II DEL 1095
Ricostruzione dell’appello del papa nel concilio di Clermont-Ferrand, secondo il cronista Fulcherio di Chartres
Poiché, o figli di Dio, avete promesso al Signore di conservare la pace tra di voi e di contribuire con coraggio alla difesa dei diritti della chiesa, è necessario che paghiate il vostro prezzo raccogliendo tutte le vostre oneste forze, sostenuti dal perdono di Dio per un’altra impresa di Dio e vostra. È necessario infatti che vi affrettiate a portare soccorso ai vostri confratelli che si trovano in Oriente e che ormai da un pezzo hanno chiesto il vostro aiuto avendone estremo bisogno.
Infatti, come già parecchi di voi sanno, sono stati invasi fino al mar Mediterraneo, cioè fino a quello che è detto braccio di S. Giorgio, dai turchi, un popolo proveniente dalla Persia, che, presso i confini del mondo romano, più e più volte attaccando, hanno sconfitto per ben sette volte gli abitanti di quei paesi, molti ne hanno uccisi e fatto prigionieri, distruggendo chiese e devastando il regno di Dio. Se finalmente garantirete loro un po’ di serenità, i fedeli di Dio riusciranno ad avanzare molto.
Perciò supplico voi, antesignani di Cristo, anzi non io, ma il Signore, di persuadere con una propaganda diffusa tutti, appartenenti a qualsiasi ceto, cavalieri o fanti, vecchi o poveri, ad impegnarsi nel portare aiuto tempestivamente ai cristiani cacciando dalle terre dei nostri questa stirpe nefanda. Lo dico ai presenti, lo mando a dire agli assenti: è Cristo che lo vuole. A tutti coloro che partiranno, se moriranno durante il viaggio per terra o per mare o combattendo contro i pagani, sarà concessa la remissione dei peccati. Questo prometto a coloro che partiranno, investito da Dio di tale facoltà.
O quale disonore se gente così spregevole, immorale, asservita ai demoni riuscirà a vincere un popolo forte nella fede di Dio onnipotente, splendente per il nome di Cristo! O con quali ingiurie lo stesso Signore vi colpirà se non aiuterete coloro che professano come voi la religione cristiana!
Partano per una guerra che ormai deve cominciare contro gli infedeli e che sarà conclusa da una trionfale vittoria coloro che prima abusivamente erano abituati a combattere contro i fedeli quasi una guerra privata e personale. Diventino soldati di Cristo coloro che prima hanno fatto i predoni. Combattano ora una guerra giusta contro i barbari coloro che un tempo combatterono contro i fratelli e uomini del loro stesso sangue. Ora guadagnino il premio eterno coloro che già furono mercenari assoldati per poco denaro. Fatichino in vista di un duplice riconoscimento coloro che prima si affaticavano per produrre il danno del corpo e dell’anima. Anzi coloro che qui sono infelici e poveri, lì saranno felici e ricchi; qui sono nemici del Signore, lì saranno suoi amici.
Non indugino coloro che devono partire; ma, dopo aver disposto le proprie cose, fatte le provviste, alla fine dell’inverno, affrontino coraggiosamente il viaggio con l’aiuto di Dio.
DUE TESI STORIOGRAFICHE A CONFRONTO SUL BILANCIO DELLE CROCIATE
Scegliamo due estratti, il primo dal volume “Il Basso Medioevo” di J. LeGoff, il secondo da “Storia delle crociate” di S. Runciman, in cui vengono presentate due tesi opposte sul bilancio complessivo della stagione delle crociate.
J. Le Goff
Dei tre scopi, dichiarati o inconsci, che i promotori delle crociate e i crociati stessi si proponevano, non ne fu raggiunto neppure uno. Il fine primo ed essenziale era la conquista dei Luoghi Santi, di Gerusalemme. Tale conquista non solo durò meno d’un secolo, ma rinfocolò passioni religiose che per molto tempo rimisero in causa la vera tradizione cristiana in Terra Santa, cioè la tradizione del pellegrinaggio. […] Secondo scopo era venire in aiuto dei Bizantini, anche indirettamente. Invece ciascuna delle tre prime crociate acuì l’ostilità fra greci e latini al punto che la quarta doveva concludersi con la sanguinosa presa di Costantinopoli ad opera degli occidentali. Terzo scopo era unire la cristianità contro gli infedeli […]. Nella promiscuità delle spedizioni comuni, le rivalità non fecero che inasprirsi. Rivalità personali fra i capi dei crociati, rivalità nazionali tra Tedeschi e Francesi, Inglesi e Francesi. Rivalità sociali fra ecclesiastici e laici […]; fra cavalieri e poveri […].
Accanto alle illusioni dei crociati dobbiamo mettere quelle degli storici occidentali moderni. Per una maggioranza di loro le crociate ebbero un’influenza considerevole e, tutto sommato, benefica, sullo sviluppo dell’Occidente, nel campo culturale come in quello economico. La prima illusione riguarda le conseguenze culturali delle crociate. Senza dubbio i rapporti fra Cristiani e Musulmani in Terra Santa portarono in molti casi a un’acclimatazione […]. Tuttavia, se nella vita quotidiana v’è adattamento reciproco, le due comunità conservano le loro tradizioni, la loro mentalità, il loro comportamento. Gli scambi culturali sono quasi inesistenti.
[…] È certamente illusione quella degli storici convinti che l’Occidente, in ogni caso l’Occidente mercantile – cioè soprattutto le città italiane – si sia arricchito con le Crociate e in Terra Santa. La Siria e la Palestina non sono più il punto d’arrivo di strade commerciali importanti […]. La cavalleria occidentale […] si è impoverita in uomini e in beni, giacché ha dovuto alienare buona parte delle sue terre e delle sue risorse per pagarsi il viaggio […]. E a causa dei ripetuti scacchi che i musulmani le hanno inflitto, vi ha perso anche buona parte del suo prestigio. Invece che rinvigorita, è uscita demoralizzata dall’avventura.
Infine, anche la Chiesa vi ha perso più di quanto non vi abbia guadagnato. Istituzionalizzando la crociata, concedendo indulgenze e il diritto di reclamare speciali imposte a crociati che non sempre sono partiti e in generale sono tornati vinti, creando ordini militari che, dopo essersi rivelati incapaci di mantenere il possesso dei luoghi santi, hanno ripiegato sull’Occidente per sfruttarlo e scandalizzarlo, essa ha creato più delusioni e rancori di quanto non abbia alimentato speranze
S. Runciman
I crociati stessi non sapevano spiegarsi i propri insuccessi: combattevano per la causa dell’Onnipotente e, se la fede e la logica erano giuste, la loro causa avrebbe dovuto trionfare. […] C’erano evidentemente forze demoniache che contrastavano l’opera di Dio […]. In realtà non fu tanto la malvagità quanto la stoltezza che rovinò le guerre sante, eppure la natura umana è di tal fatta che un uomo ammetterà molto più facilmente di essere un peccatore che uno sciocco. Nessuno tra i crociati avrebbe voluto riconoscere che i loro veri delitti erano un’ostinata e meschina ignoranza e un’irresponsabile mancanza di una visione generale del mondo.
La fede fu il movente principale che spinse gli eserciti cristiani verso oriente, ma la sincerità e la semplicità stessa della loro fede li fece cadere in errore: li condusse attraverso incredibili privazioni alla vittoria della prima crociata, il cui successo sembrò miracoloso e li indusse perciò ad aspettarsi che nuovi miracoli avrebbero continuato a salvarli quando fossero sorte le difficoltà. La loro fiducia li rese scioccamente temerari […]. Questa fede sincera si accompagnava spesso con una spudorata cupidigia. […] La cupidigia e il desiderio smodato di potere sono padroni pericolosi: essi generano impazienza, perché la vita dell’uomo è breve ed egli ha bisogno di rapidi risultati; generano invidia e slealtà, perché le cariche e i possedimenti sono in numero limitato ed è impossibile soddisfare ogni pretendente.
[…] Nel turbine di invidie, diffidenze ed intrighi, poche campagne avevano grandi probabilità di successo; le liti e l’inefficienza erano potenziate dall’ignoranza. […] Capi autorevoli e intelligenti avrebbero potuto salvare il movimento, ma l’ambiente feudale da cui provenivano i crociati rendeva loro difficile accettare una guida suprema. […] Non si trovò mai il comandante ideale, il grande soldato e grande diplomatico, con tempo e denaro da spendere nel Levante e una grande comprensione delle abitudini orientali. Perciò il dissolversi del movimento crociato nel fallimento è un evento meno sorprendente di quanto non lo sia il fatto che esso abbia ottenuto un sia pur minimo successo […].
LE CROCIATE E GLI AFFARI COMMERCIALI
Estratto dal volume “Le crociate tra mito e storia” di F. Cardini, in cui vengono esposti i benefici ottenuti dalle repubbliche marinare italiane grazie alle spedizioni delle crociate.
Quando cominciarono a spargersi per l’Europa le notizie delle straordinarie gesta che i pellegrini stavano compiendo in Asia, gli armatori tirrenici drizzarono le orecchie: c’era da guadagnare, laggiù, come in Spagna, come in Africa. Furono i Genovesi a tentar per primi l’affare, con una spedizione che nel 1097 raggiunse l’esercito crociato […]. Anche le flotte veneziane entrarono quindi nel gioco accanto a quelle genovesi e pisane.
[…] Ben presto, lo spirito colonizzatore prevalse sull’istinto piratesco; ci si rese conto che lo sfruttamento commerciale di quelle piazze avrebbe reso molto di più che non il saccheggio, e si prese a chiedere ai signori franchi ben altri permessi che non quello di far man bassa sugli oggetti preziosi: esenzioni dalle tasse doganali, immunità giuridica e licenza di organizzarsi secondo i costumi della propria patria, quartieri nelle città occupate. Questi ultimi erano […] piccole città autonome che spesso si cingevano di mura e dove i coloni tenevano case, fondachi e botteghe. All’interno delle città marittime franco-siriache si vennero così a creare dei nuclei pisani, genovesi e veneziani […].
Per quanto gli studiosi dell’economia abbiano, negli ultimi decenni, parecchio ridimensionato l’importanza delle crociate nella rinascita economica dell’occidente, resta il fatto che ad esse sono comunque strettamente connessi risultati quali la progressiva penetrazione nel mondo islamico, l’instaurazione d’un commercio regolare fra est ed ovest contro la sua precedente occasionalità, il miglioramento dei sistemi di viaggio e di scambio, il perfezionamento tecnico della navigazione, il sorgere di vere e proprie società commerciali, i progressi nella circolazione monetaria […].
Comodamente installati nei loro fondachi di faccia al mare, i mercanti italiani ricevevano quindi a domicilio le merci indiane e cinesi che s’incaricavano di trasportare in Europa […]. I generi importati in occidente con maggior profitto erano ovviamente del tipo che permettesse il maggior guadagno con il minimo carico […]. Erano soprattutto spezie, essenze profumate e medicamentose, pietre preziose, alcuni tipi di stoffe: tutti articoli la richiesta dei quali in Europa era andata sempre crescendo dai tempi dei primi contatti con l’oriente. Il Luzzatto ha calcolato che la merce oltremarina veniva spesso venduta sui mercati occidentali ad un prezzo fino a quattro o cinque volte superiore a quello che era stata pagata. Il guadagno doveva essere dunque assai cospicuo […].
IL PROBLEMA DELLA GUERRA SANTA
Ancora attraverso un passaggio estratto dalla Storia delle crociate di Runciman riflettiamo su un aspetto cruciale, ovvero la legittimità della violenza per i cristiani
Il cristiano, come cittadino, ha un problema fondamentale da affrontare: è autorizzato a combattere per il suo paese? La sua è una religione di pace, mentre guerra significa carneficina e distruzione. I primi padri della Chiesa non avevano dubbi e consideravano la guerra come un assassinio in grande, ma dopo il trionfo della croce, dopo che l’Impero si fu identificato con la cristianità, non dovevano i cittadini essere pronti a prendere le armi per la sua prosperità? La Chiesa orientale pensava di no. Il suo grande canonista san Basilio pur rendendosi conto che un soldato deve obbedire agli ordini, sosteneva tuttavia che chiunque si fosse reso colpevole di uccisioni in guerra doveva astenersi per tre anni, in segno di pentimento, dal fare la comunione. Questa opinione era troppo severa e infatti il soldato bizantino non venne mai considerato un assassino, ma la sua professione non gli attirava simpatie. La morte in battaglia non era considerata gloriosa, né il cadere combattendo contro gli infedeli era ritenuto un martirio: il martire moriva armato soltanto della sua fede. Combattere contro gli infedeli era cosa deplorevole, sebbene talvolta inevitabile, ma combattere contro correligionari cristiani era doppiamente male. È degno di nota il fatto che nella storia bizantina vi siano state pochissime guerre di aggressione: le campagne di Giustiniano erano state intraprese per liberare i romani da governatori eretici e barbari, quelle di Basilio II contro i bulgari per riconquistare province imperiali e per eliminare un pericolo che minacciava Costantinopoli. Venivano sempre preferiti i metodi pacifici anche se comportavano una tortuosa diplomazia o un esborso in denaro. Agli storici occidentali, abituati ad ammirare il valore marziale, gli atti di molti statisti bizantini sembrano codardi o scaltri, ma essi agirono di solito con il sincero desiderio di evitare spargimenti di sangue. Il punto di vista occidentale era meno illuminato. Sant’Agostino stesso aveva ammesso che si potevano intraprendere guerre per ordine di Dio; e la società militare che si era affermata in Occidente a causa delle invasioni barbariche cercò inevitabilmente di giustificare il suo abituale passatempo. Il codice cavalleresco che si stava sviluppando, con l’apporto dei poemi epici popolari, diede prestigio all’eroe militare, mentre il pacifista cadeva in un discredito dal quale non si è mai ripreso. Contro questi sentimenti la Chiesa poteva fare poco; tentò piuttosto di indirizzare le energie bellicose per vie che sarebbero tornate a suo vantaggio: la guerra santa, cioè la guerra condotta nell’interesse della Chiesa, diventò lecita anzi perfino desiderabile. Verso la metà del secolo IX papa Leone IV dichiarò che chiunque fosse morto in battaglia per la difesa della Chiesa avrebbe ricevuto un premio in cielo. Alcuni anni più tardi papa Giovanni VIII definì martiri i caduti in una guerra santa; se essi morivano con le armi in pugno i loro peccati sarebbero stati perdonati; ma era necessario che fossero puri di cuore. Niccolò I stabilì che gli uomini condannati dalla Chiesa per i loro peccati non dovevano portare le armi, tranne che per combattere contro gli infedeli.
INTEGRAZIONE IN TERRA SANTA
Ancora il cronista Foucher de Chartres, nella sua Historia Hierosolymitana, ci offre uno spaccato dell’epoca, descrivendoci l’integrazione fra cristiani e islamici negli Stati crociati dopo la conquista di Gerusalemme.
Considerate e riflettete dentro di voi in che maniera nel nostro tempo Dio abbia trasformato l’Occidente in Oriente: noi che siamo stati degli Occidentali, siamo divenuti degli Orientali; colui che era Romano o Franco, è diventato qui Galileo o abitante della Palestina; colui che abitava a Reims o a Chartres, si vede cittadino di Tiro o di Antiochia. Abbiamo già dimenticato i luoghi della nostra nascita; già sono sconosciuti a parecchi di noi, o perlomeno non ne sentiamo più parlare. Qualcuno fra noi possiede già in quel paese case e servitori che gli appartengono come per diritto ereditario; un altro ha sposato una donna che non è affatto sua compatriota, una Siriana o un’Armena, oppure una Saracena che ha ricevuto la grazia del battesimo; un altro ancora ha presso di sé il genero, o la nuora, il suocero o il figliastro: questo è circondato dai suoi nipoti o anche dai pronipoti; uno coltiva i vigneti, l’altro i campi; parlano diverse lingue, e tutti sono già arrivati a intendersi. Gli idiomi più differenti sono ora comuni a una nazione e a un’altra, e la fiducia avvicina le razze più lontane. È stato scritto infatti «il leone e il bove mangiano alla stessa greppia». Colui che era straniero ora è indigeno, il pellegrino è divenuto abitante; di giorno in giorno i nostri parenti vengono a raggiungerci qui, abbandonando i beni che possedevano in Occidente. Quelli che erano poveri nei loro paesi, qui sono fatti ricchi da Dio; quelli che avevano solo pochi scudi, posseggono qui un numero infinito di bisanti; quelli che avevano solo una fattoria, ricevono da Dio una città. Perché dovrebbe ritornare in Occidente colui che trova un Oriente così favorevole? Dio non vuole che coloro i quali, portando la loro croce, si sono dati a seguirlo, vadano qui in miseria. Questo è, lo vedete bene, un miracolo immenso e tutto il mondo deve ammirarlo. Chi ha mai sentito dire nulla di simile? Dio vuole arricchirci tutti e attrarci a lui come amici cari al suo cuore; e dunque: che la nostra volontà si conformi alla sua e facciamo con cuore mite e umile ciò che a lui piace, per regnare felicemente con lui.
CROCIATE E ANTISEMITISMO
Attraverso un estratto della Historia Hyerosolimitana del cronista Alberto d’Aquisgrana vediamo il tema dell’antisemitismo emergere con l’età delle crociate
Da lì, non so bene se per giudizio divino o per qualche errore del loro animo, cominciarono a infierire con crudeltà contro gli ebrei dispersi in alcune città e ne fecero orribile strage, specialmente in Lorena, asserendo che questo era il modo più giusto di cominciare la spedizione e questo era ciò che i nemici della fede cristiana meritavano. Tale strage di ebrei s’iniziò a opera dei cittadini di Colonia che, gettatisi d’un tratto su un piccolo gruppo di essi, ne ferirono moltissimi a morte: poi misero sottosopra case e sinagoghe, dividendosi il bottino. Vista questa crudeltà circa duecento ebrei di notte, in silenzio, fuggirono con delle barche a Neuss; ma i pellegrini e i crociati, imbattutisi in essi, li massacrarono fino all’ultimo e li spogliarono degli averi. Poi, senza indugio, i crociati si riversarono in gran folla su Magonza, come avevano stabilito. Là il conte Emicho, un nobile potente in quella regione, attendeva con una forte schiera di tedeschi l’arrivo dei pellegrini che convenivano sulla via reale da parecchie direzioni. Gli ebrei di quella città, avendo saputo della strage dei loro fratelli e comprendendo di non poter sfuggire a una così forte schiera, si rifugiarono sperando di essere salvati presso il vescovo Rotardo, e a lui affidarono in custodia i loro enormi tesori e la loro stessa fiducia; speravano nella sua protezione, dal momento ch’egli era il vescovo della città. Il presule nascose con cura il molto denaro affidatogli e alloggiò gli ebrei in uno spaziosissimo nascondiglio nella sua stessa dimora, lontano dal conte Emicho e dai suoi, affinché in quel luogo sicuro restassero sani e salvi. Però Emicho e gli altri, consultatisi, assalirono sul far dell’alba gli ebrei in quel medesimo nascondiglio con lance e frecce. Spezzate porte e chiavistelli, ne massacrarono circa settecento che cercavano disperatamente di resistere all’attacco di tante migliaia; uccisero anche le donne, e passarono a fil di spada perfino i bambini d’ambo i sessi. A quel punto gli ebrei, constatando che i cristiani non risparmiavano neppure i piccolini e non avevano pietà per nessuno, si gettarono essi stessi sui fratelli, sulle donne, sulle madri, sulle sorelle e si uccisero vicendevolmente. E la cosa più straziante fu che le stesse madri tagliavano la gola ai figli lattanti oppure li trapassavano, preferendo ch’essi morissero per loro mano piuttosto che uccisi dalle armi degli incirconcisi.