INTRODUZIONE

Definire che cosa sia il pensiero anarchico è un’operazione tutt’altro che semplice. La difficoltà principale sta nel fatto che non esiste un unico pensiero anarchico, ma una costellazione di teorie, sensibilità e approcci differenti. In linea generale, però, si può dire che essere anarchici significa rifiutare ogni principio di autorità che si ponga tra gli individui. Non a caso il termine “anarchia”, dal punto di vista etimologico, significa proprio “senza principio”.

Questo rifiuto dell’autorità viene spesso equivocato. Gli anarchici sono infatti frequentemente accusati di voler promuovere il caos o di respingere qualunque forma di regolazione dei rapporti sociali. In realtà, il rifiuto dell’autorità non coincide affatto con il rifiuto dell’organizzazione sociale. Piuttosto, ciò che distingue l’anarchismo è la convinzione che una società possa regolarsi senza strutture di potere imposte dall’alto. Su come questa società debba essere costruita però i singoli pensatori anarchici hanno elaborato risposte molto diverse tra loro.

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LE RADICI

Ma innanzitutto: quando nasce il pensiero anarchico? Questo approccio si struttura come corrente filosofica e politica nell’Ottocento, ed è strettamente legato allo sviluppo della modernità. Esso nasce come reazione a tre grandi processi storici. Il primo è l’affermarsi del concetto moderno di Stato, inteso come concentrazione della forza nelle mani di un potere centrale. Il secondo è l’emergere dell’individuo moderno inteso come individuo che acquisisce una propria autonomia rispetto al gruppo sociale di appartenenza. Il terzo è il processo di secolarizzazione, cioè la progressiva espulsione della religione come fondamento del vivere comune. Questi temi, rifiuto del potere centrale dello stato, esaltazione della libertà individuale, rigetto della tradizione religiosa sono i pilastri del pensiero anarchico.

Sebbene l’anarchismo prenda forma compiuta solo nell’Ottocento, è comunque possibile individuare alcuni precursori, che accompagnano lo sviluppo del pensiero moderno. Uno dei primi è Étienne de La Boétie, umanista francese del Cinquecento. Nella sua opera Discorso sulla servitù volontaria, La Boétie sostiene che gli uomini si sottomettono volontariamente al potere. Il potere, secondo lui, è un male esteriore che trova origine nella paura e nella forza dell’abitudine degli individui. Tuttavia, da questa condizione è possibile uscire affermando la propria volontà di libertà.

Il potere, dunque, sfrutta la sottomissione volontaria degli uomini, ma questo comportamento rappresenta un vero e proprio insulto che l’uomo infligge a se stesso. Il potere è sempre un male, indipendentemente dai mezzi attraverso cui viene ottenuto o esercitato, perché il governare si fonda sempre sull’idea che le persone debbano essere trattate come “tori da domare”. Una volta sottomesso, il popolo si abitua alla propria condizione: i potenti esercitano il controllo sociale addormentando le coscienze e concedendo di tanto in tanto piccoli benefici che rendono la sottomissione più sopportabile. Anche la religione contribuisce a questo meccanismo, funzionando come uno strumento utilizzato dal potere per addomesticare gli individui.

Un altro importante precursore del pensiero anarchico è l’inglese William Godwin, il cui pensiero è legato alle vicende della Rivoluzione francese. Godwin si oppone all’uso della ghigliottina come mezzo per conquistare la libertà e sostiene invece che la ragione dovrebbe guidare l’uomo verso una giustizia naturale, dalla quale egli è stato allontanato dalle istituzioni politiche storiche.

In altre parole, Godwin ritiene che l’uomo sia naturalmente capace di giustizia e di cooperazione con gli altri, ma che venga distorto dai governi, i quali educano alla logica del più forte e si pongono al di sopra degli individui rivendicando una legittimità di origine divina o contrattualistica. Ancora più importante, Godwin accompagna la critica al potere con una critica radicale alla disuguaglianza economica: secondo lui, tutti dovrebbero godere in modo eguale della ricchezza sociale. Da un lato, dunque, occorre eliminare il lusso; dall’altro, lo sviluppo tecnologico permetterà all’uomo di lavorare sempre meno e di dedicarsi ad attività più spirituali.
Il limite principale della riflessione di Godwin sta però nell’individuare un meccanismo capace di frenare le ambizioni individuali, sia in termini di ricchezza sia di potere. Egli propone come strumento di controllo l’opinione pubblica, che dovrebbe esercitare una sanzione morale. In questo modo, tuttavia, finisce per suggerire inconsapevolmente un modello di conformismo sociale che è contrario proprio allo spirito anarchico.

MAX STIRNER

Nonostante questi limiti, Godwin ispira profondamente gli anarchici dell’Ottocento, che si muovono lungo due direzioni opposte: da un lato l’individualismo, dall’altro il collettivismo. Sul versante individualista troviamo Max Stirner, esponente della sinistra hegeliana. Stirner sostiene che nessuno possa imporre all’individuo un principio morale cui sottomettersi. I suoi bersagli principali sono la religione, vista come un prodotto dell’alienazione umana, e lo Stato, considerato esclusivamente come strumento di oppressione.

Eliminate tutte le forme di oppressione, Stirner ritiene che gli individui possano comunque convivere pacificamente grazie, da un lato, al timore reciproco della distruzione e, dall’altro, al rispetto dell’individualità altrui. In questa prospettiva, la rivoluzione non è necessaria: essa è infatti un atto politico che mira a creare una nuova organizzazione. Ciò che serve davvero è invece una ribellione interiore, orientata all’auto-organizzazione individuale.

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PROUDHON

Accanto a questa tendenza individualista, tuttavia, è quella collettivista a risultare maggioritaria. Il suo principale esponente è Pierre-Joseph Proudhon, il primo a definirsi positivamente e consapevolmente anarchico. Secondo Proudhon, l’uomo è per natura un animale sociale, e proprio per questo la giustizia può essere perseguita solo su basi collettive. Il cuore della sua critica riguarda la proprietà privata, che egli definisce senza mezzi termini un furto, pur ammettendo la legittimità del possesso individuale, purché non finalizzato allo sfruttamento altrui.

Per Proudhon, il tema centrale è l’economia. Egli rifiuta l’idea di Marx secondo cui la rivoluzione passa attraverso la conquista delle istituzioni statali. La vera rivoluzione, per lui, è economica: consiste nella creazione di un’economia parallela, fondata sul concetto di mutualismo, ovvero sulla cooperazione diretta tra produttori che si scambiano i beni. Da qui nasce il rifiuto del modello partitico marxiano e l’elaborazione di un associativismo tra artigiani e piccoli imprenditori, privo di carattere politico, orientato verso un futuro in cui lo Stato venga sostituito da una semplice amministrazione. In Proudhon non compare dunque una vera teoria della divisione in classi sociali, un tema che verrà superato dall’anarchismo successivo.

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BAKUNIN

La figura più rilevante dell’anarchismo ottocentesco è un seguace di Proudhon, Michail Bakunin, che porta nel movimento anarchico una nuova dimensione insurrezionale e . Tra i suoi numerosi scritti spicca Stato e anarchia nel quale la sua teoria politica viene esposta in modo talvolta disordinato ma estremamente radicale.

Al centro del pensiero di Bakunin vi è l’idea che l’atto rivoluzionario abbia una funzione rigeneratrice, capace di trasformare tanto l’uomo quanto il mondo. L’unico modo per liberare davvero l’umanità è annullare completamente le istituzioni politiche, economiche, sociali e morali, facendo leva sulle masse dei diseredati.

Alla base di questa visione vi è l’idea che ogni istituzione consolidata — dalla famiglia alla Chiesa, fino allo Stato – produca rapporti di potere tra individui. Questa critica viene estesa anche agli scienziati, cioè a coloro che pretendono di possedere una conoscenza superiore della natura e dell’uomo, in un’epoca segnata dall’espansione del positivismo e dalla convinzione che l’ingegneria sociale possa guidare la società.

Bakunin è convinto che la rivoluzione non possa avvenire spontaneamente e che richieda una forma di organizzazione. Tuttavia, rifiuta radicalmente l’organizzazione partitica, che finisce inevitabilmente per imporre la propria volontà sulle masse. Al massimo, egli ammette la formazione di piccoli gruppi ristretti, incaricati di innescare rivolte capaci di suscitare l’azione rivoluzionaria delle masse.

Per tutte queste ragioni Bakunin si oppone anche alla concezione marxiana della rivoluzione proletaria, che a suo avviso si tradurrebbe in una nuova forma di dominio di una minoranza sulle masse. Egli è ostile a ogni forma di Stato, anche parlamentare o democratico, a ogni centralizzazione del potere e a qualsiasi giustificazione dell’autorità. Ogni potere, per Bakunin, è illegittimo perché si risolve sempre nella subordinazione di qualcuno agli interessi particolari di qualcun altro.

L’obiettivo finale è quello che Bakunin definisce una “libera e indipendente organizzazione di tutte le unità” all’interno di una “federazione dal basso”. In una società di questo tipo, tutti partecipano alla produzione sociale e ricevono una quota della ricchezza proporzionale al proprio contributo. Si tratta di una prospettiva collettivista ma la distribuzione dei beni non segue il criterio comunista dei bisogni, bensì quello dell’equivalenza tra prestazione e appropriazione.

In una società così organizzata, lo Stato diventa superfluo. Dall’uguaglianza economica nasce infatti l’uguaglianza politica. Per questo Bakunin ritiene prioritario liberarsi dello Stato prima ancora di trasformare i rapporti economici, in opposizione alla posizione di Marx. Il passaggio alla società anarchica deve avvenire attraverso la rivoluzione stessa, che genera una rigenerazione morale tale da rendere inutili gruppi politici dirigenti.

Queste divergenze portano allo scontro con Marx all’interno della Prima Internazionale, l’organizzazione socialista nata nel 1864. Bakunin viene espulso nel 1872. Questo episodio segna la rottura definitiva e apre la strada a un congresso federalista alternativo, fondato sul rifiuto dell’idea di una linea unica valida per tutti, giudicata antilibertaria e contraddittoria rispetto all’obiettivo di una società libera.

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L’ANARCHISMO DOPO BAKUNIN

Dopo la frattura dell’Internazionale, il movimento anarchico entra in una nuova fase, caratterizzata dalla strategia della “propaganda del fatto”. In questo periodo prevale l’approccio individualista e si diffondono azioni come attentati, sabotaggi, omicidi di capi di Stato o di governo, attacchi contro il mondo clericale e contro i simboli della socialità borghese. L’obiettivo è rilanciare la visibilità dell’anarchismo attraverso atti esemplari. Il fallimento della propaganda del fatto, incapace di generare una reale mobilitazione rivoluzionaria, e la marginalizzazione nella Seconda Internazionale sorta nel 1889, portano alla necessità di nuove forme di lotta, in particolare al sindacalismo anarchico.

Alla base di questa svolta vi è il tentativo di isolare la violenza e utilizzare il sindacalismo come strumento di diffusione delle idee anarchiche tra le masse. L’organizzazione sindacale diventa il mezzo per praticare l’azione diretta e contrastare il capitalismo sul terreno della produzione.

L’anarcosindacalismo si diffonde soprattutto in Italia e in Spagna, mentre negli Stati Uniti trova espressione nell’Industrial Workers of the World, sindacato che rappresenta i lavoratori non specializzati. Le sue caratteristiche principali sono il rifiuto di firmare contratti con i padroni, l’uso di azioni dirette come scioperi e sabotaggi e la diffusione della propaganda anticapitalista attraverso giornali e fumetti.

Nel contesto dell’anarcosindacalismo assume un ruolo centrale il tema dello sciopero generale, inteso non come strumento di contrattazione, ma come innesco di un’insurrezione radicale. Su questo tema un modello diventa Georges Sorel che, pur non essendo anarchico, critica la democrazia parlamentare e propone l’autogestione, riuscendo ad attrarre ampi settori dell’anarcosindacalismo. Lo sciopero generale viene così elaborato come un vero e proprio mito sociale, capace di mobilitare le energie vitali della rivoluzione.



Kropotkin e l’anarco-comunismo

Con il declino della propaganda del fatto e l’ascesa dell’anarcosindacalismo, emerge anche l’esigenza di rilanciare l’anarchismo sul piano teorico e culturale. In questo contesto si staglia l’ultima grande figura dell’anarchismo classico, Petr Kropotkin, che svolge un ruolo fondamentale, confrontandosi con il positivismo e l’evoluzionismo dominanti.

Kropotkin critica l’interpretazione darwiniana dell’evoluzione fondata esclusivamente sulla competizione e introduce il concetto di “mutuo appoggio” come fattore essenziale del progresso. All’idea hobbesiana dell’uomo come animale antisociale oppone quella dell’uomo come essere naturalmente cooperativo, capace di solidarietà, qualità che hanno garantito la sopravvivenza della specie.

Lo Stato appare invece come un freno all’evoluzione armonica della società, poiché sostituisce rapporti fondati sulla fratellanza con il potere centralizzato. Kropotkin rilancia l’idea della distribuzione dei beni in base ai bisogni e rifiuta sia la collettivizzazione statale dei mezzi di produzione sia la monetarizzazione del lavoro.

In una società di questo tipo non vi è bisogno di leggi né di autorità di governo: la convivenza si fonda sull’impegno volontario e sull’uguaglianza sostanziale, che consente lo sviluppo massimo della libertà individuale nel rispetto di quella altrui. Per queste posizioni Kropotkin viene definito anarco-comunista o comunista libertario.

Nel 1917 Kroptikin si ritrova in Russia dopo un lungo esilio e diverse vicissitudini. Si ritrova a osteggiare i bolscevichi di Lenin per il loro atteggiamento autoritario, ma viene emarginato, mentre lo stesso movimento anarchico viene smantellato con la forza dal governo bolscevico.

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