Mancano solo tre mesi all’esordio della nuova maturità, anche se dire nuova forse non è del tutto corretto perché la prima modifica consiste proprio nel ritorno al vecchio nome. Maturità e non più esame di stato. Cambio di nome che è una cosa abbastanza tipica nel mondo della scuola, dove i nomi cambiano sempre ma la sostanza poi rimane sempre la stessa.
Ora, la riforma della maturità, come è noto, investe principalmente tre questioni:
-la riduzione dei commissari da 6 a 4 membri
-l’abolizione del documento che veniva proposto agli studenti come base per proporre una riflessione interdisciplinare
-la bocciatura per chi dovesse rifiutarsi esplicitamente di affrontare l’esame orale
Ci sarebbero poi altri aspetti relativi al peso nel colloqui degli ex Pcto oggi formazione scuola-lavoro (a proposito delle cose che cambiano nome nella scuola) e la presentazione del cosiddetto capolavoro nell’ambito dell’orientamento, ma sono aspetti sinceramente marginali su cui non ci soffermeremo.
Quello che invece ancora non è chiaro e su cui tutto piuttosto sembra tacere è se ci saranno o meno adeguamenti alle retribuzioni dei commissari. Aumento atteso un po’ da tutto il mondo della scuola visto che le retribuzioni sono ferme da anni, cosa che è in netta controtendenza con il notevole aumento del costo della vita a partire dalla pandemia di covid in poi, e poi perché, banalmente, lavorando in 4 invece che in 6 il carico di lavoro inesorabilmente aumenta. Ma su questo appunto tutto tace. Anche se comunque il ministero ha già fatto sapere che ci saranno corsi di formazione per formare i docenti a fare i commissari (cosa che magari già fanno da anni). Ma questo ci può tranquillizzare. In Italia, e nella scuola in particolare, i soldi per i corsi di formazione sembrano sempre trovarsi.
Proprio il tema della retribuzione dei docenti ci porta al primo punto della riforma, ovvero la riduzione dei commissari. La riduzione è stata presentata come un fatto di serietà dell’esame: meno discipline, ma studiate molto più attentamente. Invece con un po’ di onestà si poteva piuttosto dire che è proprio la riduzione dei costi la causa principale della riduzione delle discipline.
Ma facciamo finta che non sia così e riflettiamo sull’aspetto pedagogico. E questo ci porta subito al secondo punto della nostra premessa. La riforma nasce da quello che è effettivamente emerso come un problema. Ovvero il fatto che la presentazione di un documento e l’elaborazione di percorsi multidisciplinari spesso si risolveva in percorsi preimpostati, imparati a memoria, a volte neanche troppo in linea con il documento proposto. Quello su cui non si è però riflettuto è se quel tipo di esame avesse una sua validità. E la risposta è certamente sì. Perché saper analizzare una fonte che magari non si conosce, saper collegare aspetti diversi del sapere, rappresentano veramente un insieme di competenze che dovremmo aspettarci da un maturando. E sicuramente è un approccio molto più interessante del classico domanda e risposta che torna a proporsi: e su cui gli studenti sono già stati ampiamente verificati per tutto l’anno. Quindi riflettiamo. Molti studenti hanno risposto negativamente a questo tipo di esame, preparandosi qualche discorsetto imparato a memoria? Bene, allora innanzitutto ricordiamoci che proprio questo è un elemento forte di valutazione. E poi, piuttosto, ragioniamo su come migliorare questa cosa. Forse il problema è che durante il ciclo scolastico si lavora poco – ma questo ovviamente è un discorso generico che non riguarda tutte le realtà – sui percorsi interdisciplinari e sull’utilizzo dei documenti. Investiamo magari su questo aspetto, che è un aspetto che può produrre ricchezza, piuttosto che buttare tutto via. No?
Passiamo infine al terzo punto: la bocciatura per chi si rifiuta di rispondere all’orale. Questo è un tema sorto nel corso dell’anno scorso quando sono usciti una decina di casi, caso più caso meno, di studenti che si sono rifiutati di rispondere alle domande dei commissari. Peraltro, sia detto con chiarezza, rimanendo nella norma, perché avevano già superato i 60 centesimi e il sistema di punteggi dell’esame permetteva loro anche di prendere il minimo all’orale.
La cosa però anche un po’ inquietante di questa storia è che il ministero si sia sentito in dovere di affrontare la questione con la massima serietà e applicare una norma generale, che in quanto tale ha un carattere astratto, ad una sorta di sfida, chiamiamola così, lanciata da una manciata di studenti.
Ma andiamo un po’ più a fondo. Quello che sta dicendo il ministero è: all’esame puoi pure non studiare, imbastire due cose un po’ balbettanti, e magari superare comunque il 60. E quindi otterrai la promozione. Ma se dissenti, bocciato. Non si capisce bene. Cosa si vuol punire? Il dissenso? La rivolta contro l’autorità? Ma il dissenso e la rivolta contro l’autorità sono la base stessa della democrazia e dell’esercizio al pensiero critico che la scuola dovrebbe abituare a sviluppare. Abbiamo paura che venga minata l’autorità? Ma questa paura si ha quando non si ha autorevolezza, allora sì che abbiamo il terrore della presunta mancanza di rispetto. Quindi, sia in un caso, che nell’altro, caro ministro, purtroppo per questo giro, lei è bocciato. Ci si rivede a settembre.