MAX WEBER E GLI IDEALTIPI

Il concetto di totalitarismo è uno dei più discussi e complessi della storia del Novecento. Per introdurlo occorre innanzitutto fare riferimento alla categoria di IDEALTIPI elaborata dal grande intellettuale MAX WEBER. L’idealtipo, secondo Weber, non è una fotografia della realtà, ma un modello concettuale ottenuto accentuando alcuni tratti specifici. Parole come democrazia, autocrazia, assolutismo, capitalismo, eccetera sono tutti idealtipi nell’accezione di Weber, e si presentano come “metri di paragone” ideale: nessun regime storico o economico è esattamente coincidente con questi concetti, ma l’idealtipo ci permette di misurare quanto una determinata realtà vi si avvicini concretamente.

LE ORIGINI DEL TERMINE

Il termine “totalitario” nasce in Italia, nel cuore degli anni ’20, e ha un’origine bivalente.

La rivendicazione: Sorprendentemente, Mussolini e l’ideologo Giovanni Gentile accettano il termine con entusiasmo. Per loro, il totalitarismo è un valore positivo: rappresenta lo Stato che accoglie e realizza l’individuo. Come recitava il celebre slogan: “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato”.

L’accusa: Inizialmente viene usato dagli antifascisti, come Giovanni Amendola, per denunciare la pretesa del fascismo di occupare ogni spazio della vita pubblica e privata.

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LE ORIGINI DEL TERMINE

La prima grande elaborazione teorica del concetto si deve a Hannah Arendt, nel suo libro Le origini del totalitarismo, pubblicato nel 1951.

Arendt sostiene che il totalitarismo non è semplicemente una dittatura più dura, ma una forma di dominio radicalmente nuova, che si distingue da tutte le forme di potere precedenti.

Secondo Arendt, il totalitarismo si caratterizza per alcuni elementi fondamentali. Innanzitutto, la presenza di un’ideologia totalizzante, cioè una visione del mondo che pretende di spiegare tutta la realtà e di guidare l’azione politica. Nel caso del nazismo, questa ideologia è il razzismo; nel caso dello stalinismo, è la lotta di classe.

A questo si aggiunge il terrore sistematico, che non colpisce soltanto gli oppositori, ma diventa uno strumento permanente di governo, capace di colpire chiunque in modo imprevedibile. Il terrore serve a distruggere ogni autonomia individuale.

Un altro elemento è la mobilitazione delle masse: la popolazione non deve essere passiva, ma costantemente coinvolta nel progetto del regime. Infine, il totalitarismo mira alla distruzione dell’individualità, trasformando gli individui in ingranaggi di un sistema.

Sulla base di queste caratteristiche, Arendt identifica due casi principali di totalitarismo: il Nazismo e lo Stalinismo.

LE CRITICHE DEGLI STORICI

A partire dagli anni Sessanta, molti storici iniziano a mettere in discussione il concetto di totalitarismo.

Una prima critica riguarda il suo carattere troppo astratto. Studiosi come Martin Broszat e Hans Mommsen, analizzando in dettaglio il funzionamento del regime nazista, mostrano che esso non era affatto un sistema perfettamente coerente e centralizzato. Al contrario, era caratterizzato da conflitti interni, sovrapposizioni di competenze e dinamiche caotiche.

Una seconda critica è che il concetto di totalitarismo tende ad appiattire le differenze tra regimi molto diversi tra loro. Mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo, secondo alcuni storici, significa ignorare differenze fondamentali sul piano ideologico, sociale ed economico. Questa posizione è presente, ad esempio, negli studi di Timothy Mason.

Infine, c’è una critica di tipo politico: il concetto di totalitarismo si diffonde durante la Guerra fredda e viene spesso utilizzato per equiparare nazismo e comunismo. Per questo motivo, alcuni studiosi ritengono che non sia un concetto completamente neutrale, ma anche uno strumento ideologico.

Di conseguenza, per molti storici il totalitarismo resta un concetto utile, ma da usare con cautela, come modello interpretativo e non come descrizione rigida della realtà.

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IL DIBATTITO SUL FASCISMO: VERO TOTALITARISMO?

Il terreno in cui il dibattito è più acceso è proprio quello del fascismo italiano. Per Arendt, il regime di Mussolini non raggiunse mai la soglia del “vero” totalitarismo, restando confinato nella categoria delle dittature autoritarie tradizionali.

Le ragioni di questo giudizio si basano sulla mancanza di alcuni elementi strutturali che lei considerava indispensabili per definire un sistema come totale. Il punto centrale della critica arendtiana è che il Partito Nazionale Fascista non riuscì mai a fagocitare completamente lo Stato e la società. In Italia rimasero attivi dei contropoteri che limitavano l’autorità di Mussolini:

L’Esercito e la Burocrazia: Le strutture dello Stato tradizionale non furono distrutte e sostituite dal Partito, ma continuarono a funzionare secondo logiche pre-fasciste.

La Monarchia: Il Re Vittorio Emanuele III restava il capo dello Stato. Questo significava che l’esercito giurava fedeltà alla Corona e non al Duce, fornendo un limite istituzionale invalicabile (come dimostrato poi dal colpo di Stato del 25 luglio 1943).

La Chiesa Cattolica: Nonostante i Patti Lateranensi, la Chiesa mantenne il controllo su ampi spazi educativi e sociali (come l’Azione Cattolica), impedendo al regime il monopolio assoluto sulla formazione delle coscienze.

Per Arendt poi il vero totalitarismo non usa il terrore solo contro i nemici politici, ma lo trasforma in uno strumento di gestione quotidiana contro l’intera popolazione, inclusi i fedelissimi. Nel fascismo, la repressione fu durissima contro gli oppositori ma non si arrivò mai al terrore indiscriminato e di massa tipico dei lager o dei gulag, finalizzato a distruggere la personalità umana in quanto tale.

E ancora: il totalitarismo richiede che l’individuo sia completamente solo, privato di legami sociali, affinché possa identificarsi solo con il Capo e l’Ideologia. In talia, secondo Arendt, la struttura sociale rimase legata a tradizioni familiari, religiose e locali che il fascismo non riuscì a spezzare. La società italiana rimase “stratificata” e non divenne mai una “massa atomizzata”.

Infine, Arendt teorizza che nel vero totalitarismo lo Stato viene distrutto a favore del Movimento (il Partito). Mussolini, al contrario, scelse la via della statolatria: “Tutto nello Stato”. Per Arendt, rafforzare lo Stato significa paradossalmente limitare il totalitarismo, perché lo Stato è un’entità giuridica con leggi e confini, mentre il potere totalitario deve essere fluido, caotico e imprevedibile per dominare ogni aspetto della vita.

Questa prospettiva è, parzialmente, accolta da Renzo De Felice, a lungo il principale studioso del fascismo in Italia. e Felice concorda con la Arendt su un dato di fatto: il regime fascista non riuscì mai a essere “totale” nella pratica. Egli conia la celebre definizione di “Totalitarismo imperfetto” (o mediato). De Felice nota che Mussolini dovette sempre scendere a patti con le élite tradizionali, rendendo il sistema un “compromesso autoritario” più che un dominio assoluto. Come la Arendt, De Felice sottolinea che la presenza della Monarchia e della Chiesa impedì al fascismo di raggiungere quella “monoliticità” che caratterizzò la Germania nazista o l’URSS stalinista.
In disaccordo ad Arendt, invece De Felice sostiene che: 1) Il fascismo-movimento (quello delle origini e delle correnti più radicali) aveva una carica rivoluzionaria e una tendenza totalitaria molto forte. La sua aspirazione non era solo conservare il potere, ma trasformare l’uomo e la società; 2) negli anni ’30 (i cosiddetti “anni del consenso”), il fascismo riuscì a ottenere un’adesione genuina da parte delle classi medie, non basata solo sulla paura, ma sulla condivisione di un progetto di modernizzazione del Paese. Questo lo rendeva, nelle intenzioni, un esperimento molto più ambizioso di una semplice dittatura tradizionale.

Ancora diversa la prospettiva di un altro fondamentale storico del fascismo, Emilio Gentile. Egli parla di totalitarismo come laboratorio.
Secondo Gentile il totalitarismo non è un traguardo statico, ma un esperimento in corso. Gentile definisce il fascismo un “totalitarismo in atto”. Il fatto che ci fossero la Chiesa e il Re non significa che il regime non fosse totalitario, ma che stava operando in un contesto specifico per “fascistizzare” gradualmente ogni spazio. Per Gentile, il fascismo era un “laboratorio” che stava attivamente costruendo il modello che altri avrebbero poi estremizzato.
Rispetto poi ad Arendt, Gentile sostiene he il fascismo usò lo Stato come intelaiatura per inquadrare le masse. Lo Stato non era un limite, ma lo strumento per la “conquista della società”. Attraverso le organizzazioni di massa (come l’Opera Nazionale Balilla), il regime entrava nelle famiglie e nella vita privata più di quanto una dittatura tradizionale avrebbe mai sognato di fare.
Infine, Gentile introduce il concetto di sacralizzazione della politica. Mentre per la Arendt il totalitarismo è atomizzazione e terrore, per Gentile il fascismo cercò di creare una nuova comunità coesa attraverso una “religione civile”. Liturgie pubbliche, culti dei martiri, miti e simboli servivano a trasformare l’individuo in una cellula del corpo dello Stato. Questo desiderio di trasformazione antropologica (creare l’ “Uomo Nuovo”) è, secondo Gentile, la prova schiacciante della natura totalitaria del fascismo.


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