Diogene di Sinope è il padre fondatore della corrente filosofica del Cinismo e una delle figure filosofiche più provocatrici ed eversive della storia.

Diogene vive fra il 412 e il 323 a.C. Siamo nell’epoca della profonda crisi della polis greca. Con il crollo dell’autonomia delle città-stato e l’ascesa dell’Impero Macedone, l’uomo greco perde la sua identità di uomo politico. Di conseguenza, la filosofia smette di occuparsi di grandi teorie o di riforme politiche e si trasforma in una guida pratica, una vera e propria terapia dell’anima per sopravvivere in un mondo disordinato.

In questo scenario, la risposta di Diogene è un attacco frontale alle regole della società. Nato a Sinope, sul Mar Nero, Diogene è costretto a fuggire dopo che il padre, un banchiere, viene accusato di aver falsificato la moneta. Questo reato diventerà il vero e proprio manifesto della sua vita: la sua missione sarà infatti quella di “falsificare la moneta delle convenzioni sociali”. Si rifugia ad Atene, dove diventa discepolo di Antistene, a sua volta allievo di Socrate. E dove sceglie di vivere come un mendicante, dormendo dentro un orcio di terracotta nei pressi del mercato. Lo stesso termine, cinico, che delinea la sua filosofia, viene dal greco kyon che vuol dire cane e indica proprio il vivere in modo selvaggio senza curarsi delle convenzioni sociali.

Ma qual il suo pensiero filosofico? Per Diogene l’uomo deve agire secondo natura e contro la convenzione. Questo significa che la società del suo tempo è solo una gigantesca finzione basata su falsi valori: il denaro, il potere, il lusso e le buone maniere non sono altro che catene invisibili che corrompono l’anima. Per spezzare queste catene, la sua filosofia si fonda su tre pilastri pratici.

Il primo pilastro è l’autarchia cioè l’autosufficienza assoluta. Questo significa che l’uomo deve agire per non dipendere da niente e da nessuno. Di conseguenza, meno bisogni materiali abbiamo, più siamo liberi e vicini alla condizione divina. Vuol dire che vivere in una botte o vestirsi di stracci non sono segni di miseria, ma gesti politici per dimostrare che si può essere felici senza possedere nulla.

Il secondo pilastro è l’apatia cioè la totale indifferenza verso i giudizi del mondo. Questo significa che Diogene infrange volutamente ogni tabù sociale per allenare la mente a non farsi scalfire dalla vergogna, dalle critiche o dalle lodi della massa.

Il terzo pilastro è l’anaideia ovvero la sfacciataggine. Vuol dire portare la libertà di parola e di comportamento all’estremo, prendendo a modello gli animali, che non conoscono l’ipocrisia della civiltà.

Diogene non scrive trattati e non fonda una scuola teorica, ma insegna attraverso gesti provocatori. Lo stesso Platone lo definirà: un Socrate pazzo. 

Da un celebre aneddoto sappiamo che camminava in pieno giorno  con una lanterna accesa dicendo di “cercare l’uomo”. Quello che intendeva era che stava cercando l’essere umano autentico, spogliato da ogni maschera. L’effetto finale della sua filosofia è dimostrare che la vera libertà nasce dalla rinuncia totale: solo spogliandosi di tutto, l’uomo smette di essere schiavo del mondo e diventa il sovrano assoluto di se stesso.

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