Eraclito e Parmenide: un confronto

Eraclito e Parmenide sono due pensatori fondamentali dell’età presocratica, vissuti nel sesto secolo a.C.

Per comprendere bene il loro pensiero dobbiamo però prima comprendere il significato di una parola fondamentale: lògos.

Questo termine, che diventerà centrale nella filosofia greca, viene infatti introdotto nel pensiero filosofico da Eraclito e Parmenide, seppur con esiti profondamente opposti.

Lògos e doxa

Con il termine lògos ci si riferisce all’essere, quindi alla struttura dell’esistente. Ma il suo significato non si ferma qui. Per i greci infatti l’essere è razionale e dunque può essere colto dalla ragione umane. Quindi, lògos vuol dire anche ragione. Ma andiamo ancora avanti: se la ragione umana comprende l’essere, vuol dire anche che ne può parlare, lo può tradurre in parole. Quindi lògos vuol dire anche discorso. Sostanzialmente dunque, lògos è un termine dalle tante sfaccettature, che sostanzialmente indica la struttura razionale dell’essere, una struttura che può essere descritta tramite la parola.

Eraclito e Parmenide utilizzano il termine lògos per contrapporlo al termine doxa, che significa opinione. Se quella lògos è una conoscenza stabile che deriva dalla ragione, vuol dire che il lògos è la strada della conoscenza della verità. La doxa è invece la conoscenza che deriva dall’esperienza, dai sensi, dunque è una conoscenza mutevole, instabile e soprattutto una conoscenza che può ingannare.

È evidente, in questa prospettiva, che la filosofia deve percorrere la strada del lògos.

Fatta questa ampia ma necessaria premessa, vediamo qual è il significato che Eraclito e Parmenide danno al termine logos. Volendo semplificare con una frase possiamo dire che per Eraclito il logos è il divenire, per Parmenide invece è unico e immutabile.

Il pensiero di Eraclito

Per Eraclito il cambiamento costante delle cose non è un caos disorganizzato e senza senso, come a prima vista potrebbe apparire, ma è il lògos stesso del mondo. Cosa c’è infatti di può permanente nel mondo se non il continuo mutare delle cose? Se c’è qualcosa infatti che non cambia mai è che tutto cambia sempre, tutto diviene.

Già Anassimandro quando parlava dell’apeiron affermava che gli opposti sono in costante conflitto fra di loro e che da questo conflitto nasce il divenire. Ma Anassimandro affermava che questo conflitto fra gli opposti nasce da una ingiustizia, ovvero dalla rottura dell’equilibrio originario in cui tutto conviveva. Per Eraclito invece questo conflitto non è ingiustizia, ma è la vita stessa. E dunque è giustizia, perché senza la lotta che produce il divenire non ci sarebbe la vita. Eraclito esalta infatti la figura mitologica Polemos, il demone della guerra, perché la guerra degli opposti è essenziale alla vita.

Allo stesso tempo, per indicare in cosa consiste questo costante cambiamento, Eraclito afferma che il fuoco è l’arché, riprendendo il linguaggio dei filosofi ionici. Il fuoco infatti è quell’elemento che cambia costantemente forma ma rimanendo sempre se stesso: e secondo Eraclito questo principio divino del fuoco è in tutto.

Infine, un ultimo punto che Eraclito tocca è quello della comprensione del logos: il cambiamento è sotto gli occhi di tutti, ma solo i saggi comprendono che questo è la struttura dell’essere. Il logos dunque si manifesta in maniera oscura e quindi per parlare di esso occorre adottare un linguaggio altrettanto oscuro. Per questo motivo Eraclito non scrive trattati o poemi per parlare del logos, ma utilizza aforismi, sentenze, ovvero frasi breve ma dal significato ermetico, evocativo, che solo i saggi possono comprendere. Fra queste frasi, una delle più note e più chiare è: “non ci si può mai bagnare due volte nello stesso fiume”, per indicare appunto che tutto cambia costantemente.

Il pensiero di Parmenide

Parmenide, viceversa, dà un significato profondamente diverso del significato di lògos. Secondo Parmenide, Eraclito compie un errore decisivo: osserva il mondo tramite i sensi e poi prova a dare una spiegazione razionale. Secondo Parmenide invece, il lògos ha una struttura tutta sua, che esclude totalmente la conoscenza che deriva dall’osservazione della natura. Il logos e la natura sono in qualche misura separati.

Fatta questa premessa decisiva, Parmenide afferma che la legge del lògos risponde a un principio di base, che può essere riassunto da una formula: l’essere è e non può non essere. Chiarito questo aspetto, Parmenide afferma che il logos è: unico, immutabile, eterno, ingenerato.

Perché sono proprio queste le caratteristiche del logos? Cerchiamo di comprenderlo. Per farlo dobbiamo sempre tenere a mente la frase: l’essere è e non può non essere, perché a partire da essa Parmenide deduce le caratteristiche dell’essere.

Prima questione: l’essere è unico, dunque non molteplice. Facciamo un esempio per capire questa affermazione. Prendiamo due ipotetiche persone: Giovanni e Mario. Sono due, dunque l’essere può apparire molteplice. Ma questa molteplicità è contraddittoria. Il perché lo capiamo applicando il linguaggio che è una manifestazione fondamentale del lògos. Noi infatti possiamo dire: Giovanni è Giovanni. E questa frase ha un senso compiuto. Ma nel momento in cui diciamo: Giovanni non è Mario, cadiamo in contraddizione. Infatti, come si può vedere, da un lato diciamo che Giovanni è qualcosa, dall’altro invece diciamo che Giovanni non è qualcosa. Ma se prima si è detto che la legge del logos è che ciò che è non può allo stesso tempo non essere, vuol dire che sul piano logico affermare che Giovanni è qualcosa e non è qualcos’altro, è una contraddizione. La conclusione è che la molteplicità dell’essere è una contraddizione, dunque l’unicità è l’unica possibilità.

Lo stesso ragionamento può essere applicato alle altre caratteristiche. Abbiamo detto che per Parmenide il lògos è immutabile. Facciamo un altro esempio pratico per comprendere. Prendiamo come esempio Caio. Dall’esperienza noi ricaviamo che Caio cambia col tempo, perché prima è giovane e poi non è più giovane. Ma anche qui abbiamo una contraddizione logica, perché ciò che è deve sempre essere, altrimenti, se cambiasse, non sarebbe più.

E lo stesso vale per le altre due caratteristiche: l’eternità e la non generazione. L’essere è eterno, perché se finisse non sarebbe più. Allo stesso tempo è ingenerato, ovvero è sempre stato, perché altrimenti prima della nascita non sarebbe e solo dopo la nascita esisterebbe.

Il discorso che fa Parmenide è complicato per un motivo evidente: il lògos come viene descritto da Parmenide è in esatta contrapposizione con la natura, che invece ci appare molteplice, in costante cambiamento e non eterna. Questo vuol dunque dire che secondo Parmenide i sensi ci ingannano e viviamo in una sorta di illusione? La risposta non è semplicissima, perché Parmenide espone il suo pensiero in un poema, chiamato Sulla natura, di cui abbiamo perso i versi in cui parla della doxa, ovvero della conoscenza che nasce dai sensi. Ma possiamo fare delle ipotesi plausibili su quello che voleva dire Parmenide:

1.       Non è che la natura non esiste nel modo in cui ci appare. Semplicemente vorrebbe dire che dai sensi nasce una conoscenza imperfetta, mentre l’unica conoscenza valida è quella che deriva dalla ragione

2.       Esistono due piani distinti: il divenire delle cose, e dunque della natura, e l’eternità del logos, che è al di là della natura

3.       Gli opposti esistono e sono in costante conflitto fra di loro, ma questa opposizione delle cose fa parte di una unicità del tutto, che racchiude in sé tutte le opposizioni

Per concludere

Per chiudere facciamo un breve riepilogo dei punti più importanti:

  1. per Eraclito e Parmenide la conoscenza vera è quella del lògos, ovvero della ragione, che si contrappone alla conoscenza che nasce dalla doxa, ovvero della conoscenza che nasce dall’esperienza.
  2. I due danno però un’accezione molto diversa al termine lògos. Per Eraclito il logos del mondo è il divenire costante delle cose, la continua lotta fra gli opposti, per cui il mutamento è la base stessa dell’essere. Questa legge è espressa dal fuoco come arché, ovvero da quell’elemento che muta sempre senza in realtà cambiare mai. In altri termini, Eraclito dice che il cambiamento è la vera costante del mondo.
  3. Parmenide, viceversa, afferma che il lògos nasce dalla piena distinzione fra essere e non essere ed è espresso dal principio che ciò che è non può non essere. Grazie alla profonda connessione fra l’essere e il linguaggio, una connessione che prescinde dall’osservazione della natura, possiamo affermare che il lògos è unico, immutabile, eterno e ingenerato, ovvero ha caratteristiche completamente opposte da quelle che noi possiamo osservare nella natura.

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