L’Intelligenza Artificiale: la nuova frontiera della guerra globale. La corsa di Stati Uniti, Cina e Russia

L’Intelligenza artificiale è tecnicamente definita come ciò che “studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che consentono di progettare sistemi hardware e sistemi di programmi software atti a fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, a un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana”.
In altri termini, l’IA è alla base di ciò che permette alle macchine di emulare l’intelligenza umana, nella sua vasta complessità, per raggiungere prestazioni che alla fine siano quantitativamente e qualitativamente superiori a quelle umane.
La sua diffusione ormai è realtà e, che ci piaccia o meno, stiamo già vivendo la quarta rivoluzione tecnologica, dopo le due rivoluzioni industriali dell’Ottocento e la rivoluzione informatica del Novecento.



Gestione dei veicoli, creazione di immagini e di testi, videosorveglianza, verifica delle transazioni finanziarie, ecc… l’intelligenza artificiale è già una realtà viva, anche se spesso non ce ne accorgiamo. Ma, soprattutto, è il futuro che deve venire: secondo Elon Musk, ad esempio, fra pochi anni potremo tutti permetterci dei robot domestici che svolgono in maniera intelligente le mansioni casalinghe.
Il processo in corso è infatti il passaggio dal cosiddetto machine learning al deep learning.
Per machine learning intendiamo il processo in cui la macchina riceve e interpreta dati per prendere decisioni che imitino le azioni umane.
Per deep learning invece intendiamo un processo più complesso, perché si usano i dati per autoapprendere e poi svolgere dei compiti. Non si tratta quindi più soltanto di imitare, ma di sviluppare un apprendimento sostanzialmente autonomo. Il problema per il deep learning è che esso si sviluppa a partire dalla riproduzione delle connessioni neurali dell’uomo. Ma il numero di queste è tale che sembra irraggiungibile una sua riproduzione a livello di macchine.
Le grandi aziende lo sanno e investono nell’intelligenza artificiale, incuranti delle eventuali perdite attuali, in attesa dei dividendi che il futuro porterà.
Un esempio è DeepMind, una società fondata da Denis Hassabis nel 2010 a Londra. Chi è Hassabis? Hassabis è un appassionato di giochi: per diversi anni ha dominato  le Olimpiadi dei giochi della mente, una manifestazione che si svolge a Londra dal 1997. Poi, insieme ad un gruppo di soci, fonda appunto DeepMind, una società che si occupa di IA e il cui scopo è dimostrare come le macchine possano raggiungere traguardi qualitativamente superiori a quelli dell’intelligenza umana. La sua idea ha funzionato talmente tanto che l’azienda è stata acquistata nel 2014 da Google, anche se l’azienda non è stata trasferita nella Silicon Valley.
Nel 218 DeepMind ha prodotto 470 milioni di sterline di perdite. Nel 2019 Altri 477. Solo dal 2020 sono iniziati i profitti, ma in misura ancora sensibilmente ridotta. Nel 2021, ad esempio, il guadagno netto è di soli 100 milioni.

La domanda quindi viene spontanea. Perché Google ha investito così tanto? La risposta è semplice: Google guarda a domani e a quello che DeepMind potrà restituire. Certo, ovviamente per farlo Google ha dovuto attingere a risorse che provengono da altre fonti di introiti, ma questa non è una corsa sui 100 metri, è una maratona. Oggi DeepMind offre benefici soprattutto per quanto riguarda il consumo energetico dei data center e l’esperienza di utilizzo di piattaforme come Youtube e quindi come conseguenza quanto ne deriva in termini di introiti pubblicitari, ma il tema vero è l’innovazione: accumulando dati, aumenta l’apprendimento profondo, il deep learning. Di conseguenza, aumenta la capacità dell’IA di produrre risultati e applicarli nei campi più disparati. Quindi, si tratta di aspettare e trarne i benefici.

La vera frontiera su cui si gioca però il futuro dell’IA, e con esso del mondo, sono le applicazioni militari. In questo campo abbiamo attualmente un vantaggio degli Stati Uniti.
Dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, il vero grande competitor degli Stati Uniti per l’egemonia globale, la Cina, non sta però a guardare. Le cose stanno cambiano da alcuni anni. Nel 2015 Pechino è intervenuta sullo sviluppo dell’IA attraverso il programma “Made in China”. Nel 2016 nuovi interventi sono stati previsti dal lancio del 13° piano quinquennale. Nel 2017, infine, il Consiglio di Stato ha annunciato il Piano di sviluppo per l’intelligenza artificiale di nuova generazione, con l’obiettivo di integrare l’intelligenza artificiale nell’economia reale.
Ma con il Piano di sviluppo si è posto anche un altro sostanziale tema: l’integrazione fra industria civile e industria militare. È sulla fusione fra produzione civile e militare che la Cina si gioca le sue carte per la leadership mondiale: Xi Jinping ha dichiarato che entro il 2030 la Cina vuole essere la prima potenza nell’IA.

Un esempio è il colosso SenseTime, un’azienda nata nel 2014 a Hong Kong, specializzandosi nella branca della visione artificiale, ovvero la capacità di raccogliere informazioni da immagini e input visivi. Da questo punto di vista SenseTime è diventata rapidamente un’eccellenza nei campi del riconoscimento facciale e delle analisi delle folle. In pratica, SenseTime si occupa di identificare i volti delle persone e sorveglianza. In una società come quella cinese, dove la pratica del monitoraggio della popolazione sta raggiungendo una sempre più accentuata diffusione, SenseTime un ruolo sostanziale.
Insieme ad altri colossi come Alibaba, SenseTime è stata investita del compito di guidare la fusione fra industria civile e militare.
SenseTime è cresciuta anche grazie alle sue interazioni internazionali, comprese importanti relazioni con istituti di ricerca americani. D’altronde, finora fra Stati Uniti e Cina sono stati diversi gli scambi della ricerca nel mondo dell’Intelligenza Artificiale. Ma gli Usa ora guardano con preoccupazione agli sviluppi cinesi e stanno cercando di rallentarne la corsa.

Cerchiamo di capire come.
Lo sviluppo dell’IA artificiale passa dall’interazione fra tre tasselli: algoritmi, dati, microprocessori.
Per algoritmo intendiamo gli strumenti predisposti per classificare e prevedere.
I dati sono essenziali per gli sviluppi degli algoritmi, perché forniscono informazioni su cui esercitare calcoli e predizioni. Queste informazioni sono raccolte da tutta la nostra attività informatica. Tanto più ampi sono i dati, tanto più accurati possono essere gli algoritmi.
I chip, invece, rappresentano la parte dura, ciò che dà potenza all’immagazzinamento di dati e alla loro rielaborazione attraverso gli algoritmi.

Nei primi due casi le aziende americane e cinesi hanno una possibilità di accesso sostanzialmente simile.
Le cose sono ulteriormente diverse nel mondo dei microchip più avanzati, sull’hardware dunque, dove ancora abbiamo una evidente superiorità statunitense, soprattutto proprio per quello che riguarda i cosiddetti chip dell’IA, essenziali per maneggiare una quantità di dati sempre più ampia e dare avvio a processi di deep learning.. Bloccare l’accesso delle aziende cinesi a questa tecnologia sta quindi diventando per Washington la trincea attraverso cui rallentare la corsa del dragone rosso.
Dal 2020 gli Stati Uniti hanno avviato una politica di controllo dell’esportazione di hardware verso la Cina, incrementando di volta in volta i settori attenzionati. Con il pacchetto di misure del 7 ottobre 2022, ad esempio, è stato posto sotto limite tutto ciò che riguarda la parte grafica. Facciamo un esempio: a Nvidia, azienda leader nel settore, è stato vietato l’esportazione dei prodotti più avanzati in Cina.
La politica di Washington investe ad ampio raggio tutto il sistema di alleanze americane: realtà come gli stati europei da un lato, e le potenze tecnologiche asiatiche dall’altro, come Corea del Sud, Taiwan e Giappone, sono pressate dalla Casa Bianca per bloccare esportazioni e cessione di tecnologia a Pechino, nell’ambito dei microchip più adatti all’IA. Lo scopo è quindi rallentare lo sviluppo cinese e creare un divario che assicuri il vantaggio americano.
Queste misure hanno riguardato anche SenseTime, di cui parlavamo prima, che è diventato un obiettivo dichiarato delle restrizioni americane. Ma al momento effetti concreti non se ne vedono. Quello che però è evidente è che se durante la guerra fredda la corsa al nucleare ha rappresentato la frontiera ultima su cui giocare lo scontro bipolare, ora la nuova corsa per il primato è quella all’IA.

Stati Uniti e Cina guidano questa corsa e gli esiti futuri rimangono al momento incerti e nebulosi. Ma gli altri non stanno a guardare. La Russia ad esempio, che nell’attuale guerra in Ucraina sta perdendo più uomini di quanti avrebbe voluto e sa che nel futuro, l’IA permetterà di schierare più mezzi e meno uomini, con risparmio di risorse umane. In Russia è lo stato stesso a cercare di spingere il pedale dell’IA, con l’attuazione di processi di ricerca all’interno di progetti nazionali che coinvolgono aziende statali, private e istituti di ricerca.
Attualmente però, la potenza guidata da Putin è in ritardo e a dimostrarlo è la stessa guerra in Ucraina, dove se da un lato vengono usati in maniera massiccia sistemi d’arma controllati a distanza, dall’altro ancora scarsamente utilizzata è la capacità dell’IA di raccogliere informazioni e produrre l’elaborazione di strategie conseguenziali.
Quello che sembra emergere finora, è che a differenza della Cina la Russia appare essere in ritardo nella integrazione fra industria civile e militare da cui un ritardo generale nello sviluppo dell’IA. Altro problema è un ritardo nello sviluppo dei sistemi di hardware che producono per la Russia una dipendenza dall’estero.

Altro caso interessante di potenza che cerca di consolidarsi attraverso un salto di qualità nel campo dell’IA è l’India del premier Modi. Il governo indiano ha compreso che l’indipendenza tecnologica è sostanziale per il suo sviluppo e che solo con una crescita nel settore dell’IA può competere con la Cina nel quadro geopolitico asiatico. Attualmente l’India è la settima nazione in termini di investimenti nelle tecnologie emergenti, ma in questa classifica è destinata ad una rapida ascesa, soprattutto grazie all’IA dove l’India è al secondo posto nel tasso di crescita degli investimenti dietro alla Cina.
Lo sviluppo dell’IA diventa un tassello fondamentale dunque del ruolo dell’India nel mondo e su questo settore si crea un legame con gli Stati Uniti, primo interlocutore degli sviluppi della ricerca indiana, in funzione anticinese. Occorre infatti ricordare che la Cina è ancora l’unico membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che si oppone all’assegnazione di un seggio permanente all’India, è alleata del Pakistan – nemico storico di Nuova Delhi – e costruisce infrastrutture militari al confine indiano a un ritmo accelerato.
Come sta rispondendo concretamente il governo di Modi?
1. Nel 2019 sono stati istituiti il Consiglio della Difesa per l’IA e l’Agenzia della Difesa per i progetti di Intelligenza Artificiale.
2. Attraverso l’integrazione fra settore militare e civile, ad esempio con la creazione di centri di ricerca militari in ambito universitario.
Gli sviluppi di questa politica sono ancora tutti da vedersi, ma in prospettiva l’India può diventare un fattore essenziale in questa frattura che sta tornando a dividere il mondo fra Occidente e Oriente.

Per chiudere la nostra analisi, torniamo però al tema centrale che finora abbiamo lasciato in sospeso, facendoci una domanda: cosa comporta effettivamente l’utilizzo dell’IA nel campo militare?
Attualmente vuol dire utilizzare veicoli da combattimento senza equipaggio, velocizzazione del processo decisionale attraverso operazione di analisi dati, monitoraggio dei campi di battaglia, utilizzo di droni per ricognizione e attacco. Senza contare tutto quello che poi riguarda la cyberguerra, che rappresenta l’altra faccia delle sempre più moderne guerre ibride: ciberattacchi, spionaggio informatico.
Sul campo strettamente militare, le operazioni descritte, che rappresentano solo alcuni degli esempi in cui l’IA può intervenire, sono riassumibili in due schemi che prevedono in ogni caso l’intervento umano:

1. Un primo caso è quello in cui la macchina agisce dopo che l’uomo ha preso la decisione finale. Siamo quindi di fronte a un comportamento semiautonomo

2. Un secondo caso è quello in cui la macchina agisce e decida da sola, ma in caso di necessità l’uomo interviene. Siamo quindi di fronte a un comportamento autonomo, ma comunque sorvegliato.

Quando pensiamo all’utilizzo dell’IA a strumenti bellici, dai droni ai missili, siamo dentro a uno di questi due campi.
Ma il vero futuro su cui ci si interroga è quello relativo ad un potenziale sviluppo: arrivare a macchine che prendono decisioni in maniera autonoma e agiscono al di fuori del controllo umano.
Questo significa produrre macchine guidate da un’IA senza l’intervento umano. Il problema non è sapere se vi arriveremo, perché questa è già una certezza, ma comprendere le implicazioni che ne deriveranno. Lo scopo principale è infatti lasciare combattere le macchine in piena autonomia e ridurre i costi umani: i problemi che però comporta la totale autonomia dell’IA sono probabilmente al di là dell’orizzonte ora esplorabile.

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